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La morte di Bob Marley : verità o leggenda?





Ho comprato un libro recente su Bob Marley : “Bob Marley Tribute” by Rock Star in vendita a 4 euro e 90 di 98 pagine.

Il libro è suddiviso in capitoli. Il capitolo che ha colpito la mia attenzione si intitola “E se Robert Nesta Marley fosse stato ucciso? Cronaca di una morte attesa, annunciata e voluta. A partire da uno strano attentato avvenuto il 3 dicembre 1976”. Il giornalista che ha scritto questo articolo si chiama Andrea Moranti.

Forse la morte di Marley nasconde qualcosa di diverso, di nascosto e terribile che corre sotterraneo e conduce fuori dai confini di Kingston fino dentro un ufficio di vetro di New York. E’ una storia di musica che diventa politica, di canzoni e di uomini che iniziano a diventare pericolosi. La storia nasce nel 1976 a Hope Road, Kingston, a casa Marley. Bob stava in cucina a parlare col suo manager insieme al suo figlioletto Ziggy e un fotografo del Jamaica Daily News, Neville Garrii, che aveva fatto a Bob alcune fotografie in giardino e che poi erano state rovinate da alcuni tizi che gironzolavano attorno alla proprietà e che avevano fatto innervosire Marley. Le sagome di quei personaggi vennero immortalate nel rullino del fotografo, che dopo l’attentato, il fotografo corse subito a svilupparlo per saperne qualcosa in più. Ma il rullino non verrà mai trovato e poco dopo le nove della sera, quelle sagome d’ombra prenderanno corpo ed esploderanno una raffica di piombo inaudita contro la cucina dove si trovano i quattro tra cui Marley che viene ferito ad un braccio, Rita alla testa, Lewis Griffith un paio di colpi in zone vitali.

Ricordando quella notte Marley ci scrisse una canzone in “Ambush in The Night” che significa “imboscata nella notte” nell’album Survival. Don Taylor scriverà un libro dicendo che quell’azione era stata organizzata dalla C.I.A.

Da questo momento in poi una luce inquietante scende sulla vicenda solare e felice di Marley. Chi lo vuole morto? A chi interessa la sua fine? A chi giova il silenzio eterno del re del reggae? La lista è lunga, molto lunga. Ma la vicenda comincia a diventare seria quando Marley scrisse la canzone “War” e in molti storcono il naso e pensano che quel negro con i capelli lunghi deve stare al suo posto, cantare e smetterla di pensare. Più che una canzone sembra una dichiarazione di guerra. Un pezzo che cita apertamente un discorso dell’Imperatore d’Etiopia Haile Selassie I. Un brano pieno di rabbia e sete di giustizia. Nei corridoi della C.I.A. si comincia a parlare del fenomeno Marley, si vocifera che sta prendendo troppo potere “infiltrazioni russe lasciate agire nell’isola caraibica” (citazione presa da un documento federale della C.I.A.). C’è n’è abbastanza per far venire i capelli bianchi anche al più liberale degli agenti del Dipartimento Federale.

Il 5 dicembre 1976, due giorni dopo lo scampato assassinio, a Kingston, Marley decide di tenere ugualmente il concerto Smile Jamaica. Lo spettacolo viene ripreso da molte telecamere, ma dietro una di queste c’è un americano che non ha la pù pallida idea di cosa filmare. Il suo nome è Carl Colby Junior (il figlio del direttore generale della C.I.A.), cosa ci faceva lì due giorni dopo il tentato omicidio di Marley? Nessuno lo saprà mai, alcuni dicono che nello squadrone della morte di pochi giorni prima c’era anche lui. I Dipartimenti di New York e Houston compilano fascicoli elencando la pericolosità di Marley e del movimento Rastafari, descritto come criminale, dedito alle droghe e possibile gruppo terrorista. Marley venne considerato da molti il Malcolm X degli anni ’70. I guerriglieri per la liberazione dello Zimbabwe dicono addirittura di ispirarsi a Marley nella lotta contro il regime coloniale di Ian Smith.

Sembrerebbe che, fallito l’attentato, la CIA abbia deciso di farlo morire in via naturale per non farne un martire. In che modo? Dicono (ma la cosa va presa col beneficio d’inventario) che gli furono regalati da uomini politici un paio di stivali e che dentro uno dei quali ci fosse un ago con il quale Bob, infilandoselo, si punse. Da quel momento cominciarono i suoi guai con il cancro al piede (ma è possibile la trasmissione delle cellule cancerose?).

Dopo 4 anni di sofferenze (si era sottoposto anche alla chemioterapia che gli fece perdere i suoi bei dread) morì. Ma la sua musica non è ancora morta e mai lo sarà. I Mass Media di tutto il mondo riconoscono ancora oggi la validità e l’eternità della sua musica.

Dopo la sua morte in molti tentarono di uguagliare o addirittura superare la fama di Bob, ma mai nessuno ci è riuscito e il reggae di Bob Marley rimarrà unico e immortale. L’unico che si è avvicinato alla sua fama è stato Buju Banton.

Altra leggenda (???) vuole che Peter Tosh sia stato il successore di Bob nella difesa del popolo negro e in un modo alquanto più forte di quanto lo avesse fatto Bob. Qualche anno fa Peter fu ucciso da tre individui a colpi di pistola. L’accaduto fu archiviato facendolo passare per una rapina.

La verità su tutto ciò non la si saprà mai. Bob Marley rimane e rimarrà per sempre un mito che i tempi addivenire non riusciranno a far dimenticare. Lui stesso diceva che la sua musica sarebbe stata immortale. E’ vero, il Reggae di Bob sarà immortale, non per quello che trasmetteva politicamente, ma per il trasporto che induceva, induce e indurrà sempre, nell’animo di chi l’ascolta.

Pubblicato il 2/1/2006 alle 12.19 nella rubrica Bob Marley.

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