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Lo squalo bianco salta sulla barca

 

 

A Mossel Bay, vicino Città del Capo in Sudafrica, un gruppo di ricercatori la scorsa settimana era impegnato in un'attività di routine: identificare gli squali presenti nella zona, attirandoli con esche e fotografando le loro pinne, che sono l'equivalente delle impronte digitali per gli esseri umani.

"Il nostro team aveva già identificato quattro squali, tra cui Pasella, una vecchia conoscenza, e da alcuni minuti l'attività era ferma. All'improvviso un gran frastuono: uno squalo bianco di circa tre metri e pesante mezza tonnellata con un balzo è saltato lateralmente rispetto alla barca piombando a poppa, sfiorando una paio di persone", racconta Enrico Gennari, biologo italiano raggiunto telefonicamente, e direttore di Oceans Research, un istituto indipendente che svolge ricerche sugli squali e che collabora con università e centri studi (in passato ha collaborato anche alla realizzazione di documentari per National Geographic).

"Dibattendosi lo squalo è rimasto bloccato a poppa, distruggendo varie apparecchiature. La ricercatrice Dorien Schroder dopo aver messo in salvo i sei membri dell'equipaggio, tra cui tirocinanti e biologi in visita, ci ha chiamato", continua Gennari.

"Io e Ryan Johnson ci siamo precipitati. Abbiamo subito gettato acqua sulle branchie dello squalo per tenerlo in vita. Non pensavamo fosse così grande e quindi non disponevamo di strumentazione particolare. I primi tentativi di rimetterlo in acqua con delle corde sono falliti".

Gli squali di queste zone sono famosi per gli enormi balzi che compiono fuori dall'acqua.

Chris Fallows, che da anni fotografa gli squali in queste regioni (sua è la foto sopra e la fotogalleria sugli squali che compiono balzi fino a tre metri), ricorda due precedenti, entrambi nel 1976, che coinvolsero barche da pesca. In un caso un pescatore rimase ferito e in entrambi gli squali morirono.

Comunque gli squali di queste acque abitualmente compiono questi grandi balzi (Fallows ne ha contati a centinaia in un anno). Le ragioni per cui lo fanno sono diverse. In primo luogo per catturare prede, ma Fallows ha notato che a volte lo fanno anche per altri motivi quando sono presenti altri squali, forse anche per "ragioni sociali".

Quindi è raro ma è possibile che con uno di questi balzi uno squalo possa saltare in barca.

Dopo il fallimento dei primi tentativi Gennari e il suo team cercano l'aiuto di un peschereccio, alla ricerca di un argano in grado di poter riportare lo squalo in acqua.

"Nel frattempo", racconta Gennari, "abbiamo coperto gli occhi dello squalo con un paio di pantaloni bagnati (nella foto sul muso dello squalo) perché abbiamo visto nella nostra attività che con gli occhi chiusi si rilassano maggiormente e pompato acqua di mare nelle fauci dello squalo, sempre nel disperato tentativo di farlo sopravvivere".

Sono così riusciti a rimetterlo in acqua ancora vivo. Ma l'avventura dello squalo non è finita qui.

"Dopo circa trenta minuti ci hanno richiamato perché lo squalo, probabilmente confuso dall'incidente, era rimasto incagliato sulla spiaggia", continua Gennari.

Lui e Ryan Johnson (nella foto con il berretto) sono così scesi in acqua per spingere lo squalo lungo tre metri.

"Siamo abituati a lavorare con gli squali e prendiamo sempre tutte le precauzioni necessarie, ma non consiglio a nessuno di rifare quello che si vede nella foto, a meno che non sia preparato. Non c'era tempo da perdere, lo squalo era confuso, ma con loro non si è mai sicuri di niente", ricorda Gennari.

Nonostante la mole e la pericolosità del predatore, i due ricercatori hanno spinto lo squalo verso il largo, ma continuava a tornare verso la riva.

"Allora abbiamo legato lo squalo per la coda e il muso a una barca e siamo usciti pian piano dal porto in modo che l'acqua riempisse le branchie e potesse rianimare lo squalo", racconta Gennari.

"Ha funzionato: lo squalo ha dato energici segnali di vita e allora abbiamo tagliato i cavi e lui si è allontanato e sembrava completamente ripresosi".

Ovviamente non si sa dove sia andato lo squalo ma la foto delle sue pinne (la sua "foto segnaletica") è stata distribuita a tutti i ricercatori della zona ed è possibile quindi che in futuro venga riavvistato.

 

Tratto da http://www.nationalgeographic.it/

Pubblicato il 26/12/2011 alle 14.31 nella rubrica Diario.

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