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MILES DAVIS - "Birth Of The Cool"



Birth of the Cool è un album di Miles Davis pubblicato nel 1957 dalla Capitol Records. La realizzazione dei brani di questo disco è considerato l'inizio del movimento del cool jazz.

L'album, pubblicato con questo titolo nel 1957, raccoglie le dodici tracce registrate nel 1949 e nel 1950 da una atipica formazione, il cosiddetto nonetto, capitanata da Miles Davis e raccoltasi intorno all'arrangiatore canadese Gil Evans e della quale fecero parte anche Gerry Mulligan, John Lewis, Lee Konitz, Max Roach e altri.

L'incontro tra Evans e Davis avvenne nel 1947. Con il giovane Gerry Mulligan e con il pianista John Lewis si formò un gruppetto di musicisti interessati a sviluppare delle idee musicali nuove, moderne, in grado di superare il bebop.

Lo spunto per Gil Evans era quanto aveva già fatto per l'orchestra di Claude Thornhill e della quale era stato l'arrangiatore (tra i suoi arrangiamenti c'era anche Donna Lee di Davis). Suonare musica non urlata potendo utilizzare strumenti particolari come la tuba o il corno francese, agendo soprattutto sul registro medio, vista la scarsa estensione di questi strumenti, senza cercare la spettacolarità di certo bebop nel quale ormai si faceva a gara per raggiungere le note più acute a discapito della musicalità.

Gil Evans, pur dando un qualche contributo diretto durante le sessioni in studio, fu pricipalmente l'ispiratore e funse da l'eminenza grigia per il gruppo negli incontri che si svolsero nel suo appartamento di New York, sopra una lavanderia cinese.

Miles Davis, che all'epoca faceva ancora parte del quintetto di Charlie Parker, stava anche lui cercando un'alternativa al bebop e alle piccole formazioni tipiche dell'epoca nelle quali suonava. Nel 1947 aveva già iniziato a staccarsi pian piano dal suo nume tutelare per organizzare una cerchia allargata di musicisti con cui collaborava su diversi progetti.

Il nonetto tenne pochi concerti dal vivo - principalmente nel corso di un primo ingaggio di due settimane verso la fine di agosto e l'inizio di settembre del 1948 al Royal Roost a New York. Presentato come "Miles Davis Band" o "Miles Davis Organisation", il gruppo era inizialmente composto da Miles Davis, Gerry Mulligan e John Lewis che coinvolsero nel progetto anche il sassofonista contralto Lee Konitz e il batterista Max Roach. Più tardi fecero parte del gruppo altri reduci del bebop come Kenny Clarke e J.J. Johnson. Il gruppo iniziale comprendeva anche il giovane trombonista Mike Zwerin, Bill Barber alla tuba, Junior Collins al corno francese e Al McKibbon al contrabbasso. Kenny Hagood, l'ex cantante di Dizzy Gillespie, cantava in alcuni brani.

La grande novità fu il cartello posto all'ingresso del locale che, cosa del tutto nuova per l'epoca, accreditava gli arrangiatori del gruppo: Gerry Mulligan, Gil Evans e John Lewis.

Il gruppo fu di nuovo al Royal Roost in settembre e poi, brevemente, all'inizio dell'anno seguente, ma il nonetto, finanziariamente poco remunerativo, fu costretto a sciogliersi.

Nel 1949 Miles Davis ottenne un contratto dalla Capitol Records per registrare dodici tracce da publicare su dischi 78 giri. Il nonetto fu così ricostituito per tre sessioni di registrazione nel gennaio ed aprile del 1949 e nel marzo del 1950. Davis, Konitz, Mulligan e Bill Barber, furono gli unici a partecipare a tutte e tre le sessioni. La struttura strumentale del gruppo non fu mai cambiata (salvo l'omissione del pianoforte in alcune canzoni). Allo stesso modo gli arrangiamenti dei brani rimasero sotanzialmente gli stessi dei tempi del Royal Roost.

Le tracce furono inizialmente pubblicate come singoli, poi nel 1953 otto di esse furono raccolte su un LP da 10 pollici nella Capitol Jazz Series e nel 1957 vennero aggiunte le tre rimanenti tracce strumentali (Move, Budo e Boplicity) in un LP da 12 pollici a cui fu dato il titolo attuale. Darn That Dream, cantata da Hagood, fu aggiunta nella riedizione del 1971.

La musica

La musica di questo album è considerata una svolta di reazione al bebop, il genere allora dominante nel jazz suonato nei locali della Cinquantaduesima strada e fu, secondo molti osservatori e critici, il primo e più importante esempio di quello che verrà poi chiamato cool jazz, stile che si svilupperà soprattutto in California tra i musicisti bianchi, che ebbe un altro illustre predecessore nell'esperienza nella prime formazioni di Dave Brubeck, ma che, nella New York nera, non ebbe molto seguito e fu presto soppiantato da un genere in parte antitetico, vero successore del bebop, noto come hard bop.

Benché la discontinuità con il bebop sia stata esagerata dai critici e molti dei musicisti coinvolti nel progetto fossero di estrazione bop (Charlie Parker stesso prese inizialmente parte alle discussioni a casa di Evans) e continuassero a praticare lo stesso stile (alcuni non diedero per nulla seguito all'esperienza), è innegabile l'influenza che questi 12 brani ebbero sulla scuola californiana e sul cool jazz di cui Koniz e Mulligan furono esponenti di punta per tutti gli anni Cinquanta. Le formazioni californiane di Mulligan e Chet Baker non contemplavano il pianoforte riprendendo quanto sperimentato in alcuni pezzi del nonetto di Davis.

The Complete Birth Of The Cool

Nel 1998 fu pubblicata una versione allargata del disco, denominata The Complete Birth Of The Cool, contenente, oltre alle 12 tracce originali, una eccezionale testimonianza delle esibizioni del primo nonetto al Royal Roost nel settembre 1948 rese disponibili grazie alle registrazioni affettuate durante alcune trasmissioni radiofoniche.

Tracce

Birth Of The Cool

  1. Move (Denzil Best) - 2:33 - (arrangiamento di J.Lewis)
  2. Jeru (Gerry Mulligan) - 3:13 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  3. Moon Dreams (Chummy MacGregor, Johnny Mercer) - 3:19 - (arrangiamento di G.Evans)
  4. Venus de Milo (Gerry Mulligan) - 3:13 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  5. Budo (Bud Powell, Miles Davis) - 2:34 - (arrangiamento di J.Lewis)
  6. Deception (Miles Davis) - 2:49 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  7. Godchild (George Wallington) - 3:11 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  8. Boplicity (Cleo Henry) - 3:00 - (arrangiamento di G.Evans)
  9. Rocker (Gerry Mulligan) - 3:06 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  10. Israel (John Carisi) - 2:18 - (arrangiamento di J.Carisi)
  11. Rouge (John Lewis) - 3:15 - (arrangiamento di J.Lewis)
  12. Darn That Dream (Eddie DeLange, James Van Heusen) - 3:25 - (arrangiamento di G.Mulligan)

The Complete Birth Of The Cool (the live session)

  1. Birth Of The Cool Theme (Gil Evans) - 0:19 - (arrangiamento di G.Evans)
  2. Synphony Sid announces the band
  3. Move (Denzil Best) - 3:40
  4. Why Do I love You (DeSylva, Gershwin, Gershwin) - 3:41 - (arrangiamento di J.Lewis)
  5. Godchild (George Wallington) - 5:15
  6. Synphony Sid introduction - 0:27
  7. S'il Vous Plait (John Lewis) - (arrangiamento di J.Lewis)
  8. Moon Dreams (Chummy MacGregor, Johnny Mercer) - 5:06
  9. Budo (Hallucinations) (Bud Powell, Miles Davis) - 1:25
  10. Darn That Dream (Eddie DeLange, James Van Heusen) - 4:25
  11. Move (Denzil Best) - 4:48
  12. Moon Dreams (Chummy MacGregor, Johnny Mercer) - 3:46
  13. Budo (Hallucinations) (Bud Powell, Miles Davis) - 4:23

Formazione

Birth Of The Cool

The Complete Birth Of The Cool (the live session)


MILES DAVIS
Birth Of The Cool(Blue Note Records) 1950
jazz
di Paolo Avico plusless
Il titolo del disco è tutto un programma. L’autore anche. Miles Davis incide il suo primo lavoro solista e, almeno col senno di poi – si ricordi, per inciso, che all’epoca il lavoro uscì “a pezzi” in edizioni diverse e che fu pubblicato in un unico album solo nel 1957, ben sette anni dopo l’ultimazione delle registrazioni – fa subito il botto.

Dopo la nobile gavetta con Chalie Parker e Dizzie Gillespie, ovvero il cuore stesso del be bop, il trombettista – insieme con alcuni dei suoi “gregari” di lusso, va detto – incidendo questo disco di fatto inventa un sotto genere musicale, il cool jazz (che per certi aspetti può essere considerato l’antitesi del be bop), che avrà negli anni ’50 non pochi proseliti (ironia della sorte quasi tutti bianchi – vedasi il c.d. West Coast jazz – fenomeno più unico che raro nella storia del genere, non a caso a tal proposito sono stati versati litri di inchiostro per spiegare il fatto in chiave storica e sociologica) e poi via, verso nuove avventure, con un parziale ritorno alle origini, un passaggio per l’hard bop per arrivare al jazz modale e al jazz rock. Ma non andiamo oltre, queste sono altre storie.
Certamente il cool ha avuto illustri predecessori – principalmente il sassofonista Lester Young, ma anche il pianista Lennie Tristano (quest’ultimo in realtà merita un discorso a parte, essendo la sua “freddezza” più riconducibile all’influenza della musica c.d. “colta” europea), che, almeno nell’intenzione più che nel sound avevano iniziato a prendere una terza via rispetto al classico swing o all’infuocato e rivoluzionario be bop – ma con il disco in questione prende fattezze ben definite, nella forma e nella sostanza, quasi si può dire che venga codificato.
Non è un caso che scorrendo i nomi dei musicisti che hanno affiancato Davis nella registrazione di "Birth of the cool" (avvenuta in tre diverse sessioni tra il gennaio del 1949 e il marzo del 1950, con strumentisti che non sempre sono gli stessi) si trovano alcuni fra quelli che negli anni successivi saranno i maggiori interpreti del genere: Gerry Mulligan , John Lewis (leader di quello che sarà il Modern Jazz Quartet) e Lee Konitz su tutti.

Ma quali sono le peculiarità di questo disco e, per estensione, di tutto il cool jazz? Per farla breve, si ha quasi un rovesciamento degli assiomi del be bop.
Ovvero: predilezione per gruppi allargati, non i soliti quartetti o quintetti (in particolare con uso massiccio di fiati caduti in disuso negli anni ’40, come trombone, corno francese e tuba), anche se non è corretto definire tali formazioni – in particolare quella del disco in esame – alla stregua delle grandi orchestre tipiche del periodo swing, in quanto si differenziano da esse sia per un numero più limitato degli strumenti, sia per un uso diverso degli stessi, che nel nostro caso tendono a ruotare negli assolo e ad intervenire più raramente in modo massiccio in contemporanea, quasi si sia voluto cercare un comodo compromesso tra le big band e i combo; una cura particolare per gli arrangiamenti (nel disco de quo c’è lo zampino del direttore d’orchestra Gil Evans, che più avanti avrà modo di collaborare in più di un occasione con Davis, ma anche degli stessi Mulligan e Lewis, partecipi, oltre che come musicisti, anche in qualità di arrangiatori ed autori); massima linearità del tempo, con ritmiche quasi sussurrate; scarsa libertà nell’improvvisazione, gli assolo, così come gli arrangiamenti, infatti, sono quasi completamente scritti e studiati a tavolino; infine, assenza di vibrato e dinamiche misurate ed equilibrate che insieme con la linearità del tempo di cui sopra hanno come effetto il tipico sound morbido ed ovattato, rilassato, cool per l’appunto.

La tracklist del disco contiene dei veri e propri classici del genere, alcuni dei quali scritti da Davis ("Deception", "Budo", composta qualche tempo prima con Bud Powell e "Boplicity", firmata con lo pseudonimo di Cleo Henry, in realtà il nome della madre di Miles), Mulligan ("Jeru", "Venus De Milo", "Rocker") e Lewis ("Rouge"), ma anche "Move" di Denzil Best, la splendida "Israel" scritta e arrangiata da Johnny Carisi, "Moon Dreams" di McGregor e Mercer e "Godchild" di George Wallington.

Trova spazio anche un brano vocale, "Darn That Dream", con la partecipazione del cantante Kenny Hagood (non certo un interprete memorabile), forse l’episodio più debole del disco, valorizzato unicamente dall’assolo di Davis, di ottima fattura.
A prescindere dalle varie vicissitudini del lavoro, come detto registrato e pubblicato in tempi diversi, arrivando ad una versione definitiva solo nel 1957, "Birth of the cool", è un’opera monolitica, impressionante per il messaggio innovativo di cui si fa portatrice da un lato ma anche per la sua coerenza formale e per l’elevatissima qualità (sostanziale) delle incisioni dall’altro, insomma, uno di quei dischi che, indipendentemente dall’amore che si può nutrire nei confronti del cool, come attitudine musicale, non può mancare nella discografia di ogni amante – mi verrebbe da dire della musica, ma mi trattengo – del jazz.

Recensione tratta da www.ondarock.it

Pubblicato il 2/2/2009 alle 20.38 nella rubrica Diario.

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