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Tu che oggi parli male di me ... Ieri sparlavi degli altri .... Minkia, si veru infami
SPORT
8 ottobre 2010
Sandro Meloni, il padre del surf casting

Gli anni più belli della storia Italiana della pesca sportiva in mare, raccontati dal Numero Uno.

Sandro, sei considerato da tutti il padre fondatore di quella che è la disciplina del surf casting.  C'è qualcuno che ti ha avvicinato al mondo della pesca ed in particolare a quella dalla spiaggia?
Per il colmo, ‘conobbi’ e rimasi fulminato dal mare da surf casting, proprio in una battuta di pesca a fondo… Chi mi ci portò (Carlo Antinori, oggi scomparso), pensava di trovarci della risacca appena, avevamo con noi piombature ed attrezzi ridicoli per quella forza della natura. Ma strinsi i denti ed il mare mi accolse, donandomi una splendida orata. Cercai da quel momento, opinioni e contatti, ma ne rimasi deluso, quel mare era per tutti una perdita di tempo inaffrontabile; nessuno credeva nel disegno che avevo intravisto tra le onde. Sicuramente un ‘tesoro’ molto più appagante di quella prima pur sempre magnifica cattura.
Solo ‘dopo’, quando riuscii a dimostrare a tutti la generosità di quei ‘cavalloni’, fui sommerso da gente che affermava di conoscere il fenomeno ed al tempo stesso, chiedeva informazioni sul come fare a pescare in quel marasma bianco… Lì decisi di fare a meno di tutti!
A soli 17 anni inventi il 'surf casting' mettendo a punto quei concetti che hanno contribuito al successo di questa magnifica disciplina. Da dove hai tratto lo stimolo per elaborare le tue teorie?
Credimi, come un archeologo davanti a tanti piccoli indizi; lo stimolo nasce, è ovvio, pietra dopo pietra. Non esisteva nulla su cui documentarmi, e la prova, è data dalla particolarità dei miei studi, c’è l’unicità del soggetto e della forma, non somigliano a nulla di già scritto
Se dovessi spiegare ad un neofita che cos' è il surf casting, che cosa gli diresti?
Semplicemente lo porterei innanzi a quelle onde e lo osserverei… Se rimane incantato e spaventato da quella forza, gli spiegherei il resto, altrimenti no! Il surf casting si collega ad una matrice interiore, o ce l’hai, oppure è meglio pensare ad altro. In passato mi sono sforzato di ignorare questa regola, producendo poi soltanto dei detrattori delusi, di cui il surf non ha bisogno.
Si sente dire a volte che nel surf casting il mare fa selezione: che cosa vuol dire?
L’ho appena detto. Molte volte mi sono trovato a dire che, se il mare ti respinge, o tu non sei fatto per il surf, oppure è il surf a non essere fatto per te. Occorre abbandonare quel fardello di povertà che conduce gli uomini a denigrare ciò di cui non sono capaci…
Il fascino di catturare una grande preda dalla spiaggia è unico. Nello stereotipo comune lo squalo rappresenta 'la preda' per eccellenza. In Mediterraneo è possibile secondo te l' incontro con un 'big fish'? Chi si dedica alla ricerca della grande cattura a quali specie potrebbe puntare e in quali periodi?
Il solo non pensarlo, contravviene alle regole basilari del surf: una finestra aperta sul mare. Non spetta a nessun piccolo uomo pronunciarsi su cosa il mare possa donare; soprattutto quando il credo e la fede sono smisurati. Al mare, alle onde, non pongo limiti, mai! Dico solo che la fede nelle sue possibilità, sa in ogni momento ricambiare importanti indicazioni sulla traccia da seguire. Ma occorre il ‘grande orecchio’ di cui non moltissimi sono dotati; molti altri ce l’hanno, ma lo rifiutano.
Alla pesca con le onde è associato, sempre nell' immaginario comune, l'uso esclusivo di canne in due pezzi Rip e mulinello rotante. E' un binomio indiscutibile o c'è spazio, secondo te, anche per altro?
In riva al mare si incontrano delle difficoltà che in qualche modo vanno superate; con la tecnica oppure con il cervello. Ciascuno può ricorrere a ciò che possiede in modo più marcato, l’importante è che risolva il quesito che si trova davanti.  Ho affrontato battute con delle semplici lenze a mano, scegliendo con cura la postazione adatta e vincendo quella sfida; così come ho perso la battuta con rip&rot, affidandomi esclusivamente alla capacità dell’attrezzo…
Hai un ricordo o un aneddoto curioso, legato al surf casting e a cui sei particolarmente legato e che vuoi raccontare a tutti i lettori ?
Ne ho tanti, non saprei quale scegliere… Quello che ricordo con più affetto, è stata la faccia di Marco Pisacane, che portai con me ad un viaggio di pesca alle Canarie.
Per generosità, lasciai che tutti loro si scegliessero la postazione, però alla fine mi delusero… I posti migliori li lasciarono vuoti, ed erano postazioni da Predatore (con la P maiuscola)! Si lanciarono assatanati alla ricerca di saraghi ed occhiate sulle punte, io invece osservavo il mare e preparavo molto lentamente il necessario, dissi semplicemente a Marco:”Quei saraghi (da circa 300 grammi l’uno) mettili dentro quella pozza d’acqua, lasciameli vivi…” Me li vide innescare e lanciare, fu per lui uno shock, a metà tra lo spreco e la perdita di tempo.
Quella notte feci due record, facendo assaporare anche a loro cosa produce la fede nel surf casting.
Voci insistenti vogliono che la FIPSAS con le altre organizzazioni internazionali vogliano portare il long casting alle prossime Olimpiadi. A fronte di questo importante risultato, quale futuro vedi per il long casting in Italia?
Certamente ottimo e di primo piano. L’Italia può essere battuta solo da se stessa, ma è un ‘nemico’ formidabile, che difficilmente consentirà il sacrificio personale per un risultato collettivo. Di Campioni e uomini veri, come Pietro Terraglia, ne vedo pochi, troppo pochi.
Il surf casting si fa techno-thriller: “Operazione Bull Fish”. Che cos'è ?
Molti lo hanno definito il mio testamento spirituale, a cui ovviamente, spero manchino delle pagine… Però è una bella definizione, perché tutto ciò che il mare e gli uomini mi hanno insegnato, sta lì dentro.E’ un romanzo ambientato negli anni che stanno lì, alle porte, ormai prossimi. Così come sono vicine le urla del mare all’operato degli uomini. Appaiono delle pagine che aiutano a sperare e risorgere, sotto l’aspetto umano ed ambientale, proponendo dei modelli e delle risorse inusuali. Tra questi il surf casting ed il long casting, autentiche perle di una collana ricca di fascino e avventura.
Sandro, dopo oltre 30 anni di surf casting in tutti i mari del mondo, quando scendi in spiaggia la tua attenzione, sin da subito, su che cosa si concentra?
In successione?La forma delle onde, il loro respiro, la distribuzione dei colori, il profilo della riva, l’odore dell’aria.


Vittorio Azzano


Intervista tratta dal sito
www.sabatoseraonline.it

Il romanzo scritto da Sandro Meloni "Operazione BULLFISH"....troverete altre info sul sito di Sandro Meloni www.sandromeloni.it

 

Sandro Meloni è stato il primo ad importare la tecnica del surfcasting in Italia - pioniere di questa disciplina che oggi è divenuta la più diffusa tra le tecniche di pesca, la più discussa e anche la più amata e affascinante.

Sandro Meloni - un uomo un mito

www.sandromeloni.it  dove troverete consigli di pesca e tante altre curiosità e suggerimenti. Troverete tutto.

SPORT
7 marzo 2010
Mulinello Shimano Biomaster XS 7000





Il mulinello Shimano Biomaster XS 7000 è quello che ho montato sulla maver Elite 130
L'ho comprai in negozio di pesca a 130 euro.

Sul sito
www.seapassion.it ho trovato la recensione su tale mulinello e la messa in prova.

Mulinello Shimano Biomaster 7000 e 3000. La prova

La prova di questi due modelli è durata circa 3 anni impiegati in tutte le condizioni di tempo tra queste possiamo citare : prova in pesca con pioggia forte per una durata di 10 ore, immersione totale in acqua di mare per 30 minuti, esposizione a temperature superiori ai 45 c° esposizione a temperature prossime allo zero. Senza considerare urti e cadute. Il vero nemico è però la sabbia che può distruggere tutto in poco tempo.( dobbiamo per dovere di cronaca indicare che tutti i mulinelli sono stati trattati con del lubrificante speciale messo a punto da noi ) l'unica manutenzione fatta è la pulizia delle parti esterne e della bobina filo con uno staccio umido dopo ogni uscita, per rimuovere la sabbia non abbiamo mai lavato le parti sotto acqua corrente

Il modello Shimano 7000 con 3 cuscinetti è un modello ormai fuori produzione, o meglio riproposto con alcune modifiche. Caratterizzato dal rullino guidafilo in pietra è praticamente senza manutenzione i suoi ampi spazzi permettono una pulizia immediata cosa che non accade con il modello nuovo  sottoposto allo stesso trattamento il secondo giorno di pesca presentava il rullino bloccato.

La potenza di recupero è notevole e senza esitazioni  piramidi da 150 170 grammi vengono trainate senza fatica la scorrevolezza degli ingranaggi è perfetta. Come difetti possiamo dire che il filo viene quasi calamitato infilandosi sotto la bobina Nella prova di immersione durata 30 minuti in acqua di mare pensavamo di dover dire addio al nostro compagno invece il nostro lubrificante ha protetto le parti meccaniche rendendole praticamente imperniabili smontando il tutto non potevano credere hai nostri occhi tutto era perfetto. Unico appunto possiamo farlo alla frizione non perfetta ma questo è un difetto che si ritrova in tutti o quasi tutti i modelli di questo segmento. Possiamo solo dire peccato che le leggi di mercato hanno portato  ad una nuova produzione che sfruttando la scia del nome ha sicuramente tratto in inganno molti.

www.seapassion.it

 

musica
4 dicembre 2009
Lee Morgan. La vita, la musica e il suo tempo



347 pagine - 2009
Editore: Odoya
Prezzo: 16 euro circa

Primo e unico libro a raccontare la vita e il tempo del jazzista Lee Morgan; una storia che è molto più di una semplice biografia della tumultuosa vita di un musicista di Philadelphia e che si allunga a descrivere il contesto artistico, sociale e politico di un'epoca ricca di contraddizioni, quella a cavallo tra gli anni Cinquanta e i primi Settanta, in America. Il libro delinea il cuore di un uomo nei suoi desideri di riscatto senza indugiare mai su ciò che non è essenziale dire. Dal pesantissimo rapporto con la tossicodipendenza alle contraddittorie condotte personali e artistiche; dalla sua "fuga" da New York - dove gli avevano spaccato tutti i denti - fino al trionfale ritorno nel 1963; dal progressivo avvicinamento alle istanze politiche e sociali della gente nera (cui sono dedicate pagine non banali e ricche di aneddoti e testimonianze) fino alla tragica fine, a 33 anni, allo Slugs' per mano (armata) della compagna, Helen Moore, ripresa in un ruolo ben più profondo della semplice assassina per gelosia.

Recensione tratta da ibs.it


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musica
2 febbraio 2009
MILES DAVIS - "Birth Of The Cool"


Birth of the Cool è un album di Miles Davis pubblicato nel 1957 dalla Capitol Records. La realizzazione dei brani di questo disco è considerato l'inizio del movimento del cool jazz.

L'album, pubblicato con questo titolo nel 1957, raccoglie le dodici tracce registrate nel 1949 e nel 1950 da una atipica formazione, il cosiddetto nonetto, capitanata da Miles Davis e raccoltasi intorno all'arrangiatore canadese Gil Evans e della quale fecero parte anche Gerry Mulligan, John Lewis, Lee Konitz, Max Roach e altri.

L'incontro tra Evans e Davis avvenne nel 1947. Con il giovane Gerry Mulligan e con il pianista John Lewis si formò un gruppetto di musicisti interessati a sviluppare delle idee musicali nuove, moderne, in grado di superare il bebop.

Lo spunto per Gil Evans era quanto aveva già fatto per l'orchestra di Claude Thornhill e della quale era stato l'arrangiatore (tra i suoi arrangiamenti c'era anche Donna Lee di Davis). Suonare musica non urlata potendo utilizzare strumenti particolari come la tuba o il corno francese, agendo soprattutto sul registro medio, vista la scarsa estensione di questi strumenti, senza cercare la spettacolarità di certo bebop nel quale ormai si faceva a gara per raggiungere le note più acute a discapito della musicalità.

Gil Evans, pur dando un qualche contributo diretto durante le sessioni in studio, fu pricipalmente l'ispiratore e funse da l'eminenza grigia per il gruppo negli incontri che si svolsero nel suo appartamento di New York, sopra una lavanderia cinese.

Miles Davis, che all'epoca faceva ancora parte del quintetto di Charlie Parker, stava anche lui cercando un'alternativa al bebop e alle piccole formazioni tipiche dell'epoca nelle quali suonava. Nel 1947 aveva già iniziato a staccarsi pian piano dal suo nume tutelare per organizzare una cerchia allargata di musicisti con cui collaborava su diversi progetti.

Il nonetto tenne pochi concerti dal vivo - principalmente nel corso di un primo ingaggio di due settimane verso la fine di agosto e l'inizio di settembre del 1948 al Royal Roost a New York. Presentato come "Miles Davis Band" o "Miles Davis Organisation", il gruppo era inizialmente composto da Miles Davis, Gerry Mulligan e John Lewis che coinvolsero nel progetto anche il sassofonista contralto Lee Konitz e il batterista Max Roach. Più tardi fecero parte del gruppo altri reduci del bebop come Kenny Clarke e J.J. Johnson. Il gruppo iniziale comprendeva anche il giovane trombonista Mike Zwerin, Bill Barber alla tuba, Junior Collins al corno francese e Al McKibbon al contrabbasso. Kenny Hagood, l'ex cantante di Dizzy Gillespie, cantava in alcuni brani.

La grande novità fu il cartello posto all'ingresso del locale che, cosa del tutto nuova per l'epoca, accreditava gli arrangiatori del gruppo: Gerry Mulligan, Gil Evans e John Lewis.

Il gruppo fu di nuovo al Royal Roost in settembre e poi, brevemente, all'inizio dell'anno seguente, ma il nonetto, finanziariamente poco remunerativo, fu costretto a sciogliersi.

Nel 1949 Miles Davis ottenne un contratto dalla Capitol Records per registrare dodici tracce da publicare su dischi 78 giri. Il nonetto fu così ricostituito per tre sessioni di registrazione nel gennaio ed aprile del 1949 e nel marzo del 1950. Davis, Konitz, Mulligan e Bill Barber, furono gli unici a partecipare a tutte e tre le sessioni. La struttura strumentale del gruppo non fu mai cambiata (salvo l'omissione del pianoforte in alcune canzoni). Allo stesso modo gli arrangiamenti dei brani rimasero sotanzialmente gli stessi dei tempi del Royal Roost.

Le tracce furono inizialmente pubblicate come singoli, poi nel 1953 otto di esse furono raccolte su un LP da 10 pollici nella Capitol Jazz Series e nel 1957 vennero aggiunte le tre rimanenti tracce strumentali (Move, Budo e Boplicity) in un LP da 12 pollici a cui fu dato il titolo attuale. Darn That Dream, cantata da Hagood, fu aggiunta nella riedizione del 1971.

La musica

La musica di questo album è considerata una svolta di reazione al bebop, il genere allora dominante nel jazz suonato nei locali della Cinquantaduesima strada e fu, secondo molti osservatori e critici, il primo e più importante esempio di quello che verrà poi chiamato cool jazz, stile che si svilupperà soprattutto in California tra i musicisti bianchi, che ebbe un altro illustre predecessore nell'esperienza nella prime formazioni di Dave Brubeck, ma che, nella New York nera, non ebbe molto seguito e fu presto soppiantato da un genere in parte antitetico, vero successore del bebop, noto come hard bop.

Benché la discontinuità con il bebop sia stata esagerata dai critici e molti dei musicisti coinvolti nel progetto fossero di estrazione bop (Charlie Parker stesso prese inizialmente parte alle discussioni a casa di Evans) e continuassero a praticare lo stesso stile (alcuni non diedero per nulla seguito all'esperienza), è innegabile l'influenza che questi 12 brani ebbero sulla scuola californiana e sul cool jazz di cui Koniz e Mulligan furono esponenti di punta per tutti gli anni Cinquanta. Le formazioni californiane di Mulligan e Chet Baker non contemplavano il pianoforte riprendendo quanto sperimentato in alcuni pezzi del nonetto di Davis.

The Complete Birth Of The Cool

Nel 1998 fu pubblicata una versione allargata del disco, denominata The Complete Birth Of The Cool, contenente, oltre alle 12 tracce originali, una eccezionale testimonianza delle esibizioni del primo nonetto al Royal Roost nel settembre 1948 rese disponibili grazie alle registrazioni affettuate durante alcune trasmissioni radiofoniche.

Tracce

Birth Of The Cool

  1. Move (Denzil Best) - 2:33 - (arrangiamento di J.Lewis)
  2. Jeru (Gerry Mulligan) - 3:13 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  3. Moon Dreams (Chummy MacGregor, Johnny Mercer) - 3:19 - (arrangiamento di G.Evans)
  4. Venus de Milo (Gerry Mulligan) - 3:13 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  5. Budo (Bud Powell, Miles Davis) - 2:34 - (arrangiamento di J.Lewis)
  6. Deception (Miles Davis) - 2:49 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  7. Godchild (George Wallington) - 3:11 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  8. Boplicity (Cleo Henry) - 3:00 - (arrangiamento di G.Evans)
  9. Rocker (Gerry Mulligan) - 3:06 - (arrangiamento di G.Mulligan)
  10. Israel (John Carisi) - 2:18 - (arrangiamento di J.Carisi)
  11. Rouge (John Lewis) - 3:15 - (arrangiamento di J.Lewis)
  12. Darn That Dream (Eddie DeLange, James Van Heusen) - 3:25 - (arrangiamento di G.Mulligan)

The Complete Birth Of The Cool (the live session)

  1. Birth Of The Cool Theme (Gil Evans) - 0:19 - (arrangiamento di G.Evans)
  2. Synphony Sid announces the band
  3. Move (Denzil Best) - 3:40
  4. Why Do I love You (DeSylva, Gershwin, Gershwin) - 3:41 - (arrangiamento di J.Lewis)
  5. Godchild (George Wallington) - 5:15
  6. Synphony Sid introduction - 0:27
  7. S'il Vous Plait (John Lewis) - (arrangiamento di J.Lewis)
  8. Moon Dreams (Chummy MacGregor, Johnny Mercer) - 5:06
  9. Budo (Hallucinations) (Bud Powell, Miles Davis) - 1:25
  10. Darn That Dream (Eddie DeLange, James Van Heusen) - 4:25
  11. Move (Denzil Best) - 4:48
  12. Moon Dreams (Chummy MacGregor, Johnny Mercer) - 3:46
  13. Budo (Hallucinations) (Bud Powell, Miles Davis) - 4:23

Formazione

Birth Of The Cool

The Complete Birth Of The Cool (the live session)


MILES DAVIS
Birth Of The Cool(Blue Note Records) 1950
jazz
di Paolo Avico plusless
Il titolo del disco è tutto un programma. L’autore anche. Miles Davis incide il suo primo lavoro solista e, almeno col senno di poi – si ricordi, per inciso, che all’epoca il lavoro uscì “a pezzi” in edizioni diverse e che fu pubblicato in un unico album solo nel 1957, ben sette anni dopo l’ultimazione delle registrazioni – fa subito il botto.

Dopo la nobile gavetta con Chalie Parker e Dizzie Gillespie, ovvero il cuore stesso del be bop, il trombettista – insieme con alcuni dei suoi “gregari” di lusso, va detto – incidendo questo disco di fatto inventa un sotto genere musicale, il cool jazz (che per certi aspetti può essere considerato l’antitesi del be bop), che avrà negli anni ’50 non pochi proseliti (ironia della sorte quasi tutti bianchi – vedasi il c.d. West Coast jazz – fenomeno più unico che raro nella storia del genere, non a caso a tal proposito sono stati versati litri di inchiostro per spiegare il fatto in chiave storica e sociologica) e poi via, verso nuove avventure, con un parziale ritorno alle origini, un passaggio per l’hard bop per arrivare al jazz modale e al jazz rock. Ma non andiamo oltre, queste sono altre storie.
Certamente il cool ha avuto illustri predecessori – principalmente il sassofonista Lester Young, ma anche il pianista Lennie Tristano (quest’ultimo in realtà merita un discorso a parte, essendo la sua “freddezza” più riconducibile all’influenza della musica c.d. “colta” europea), che, almeno nell’intenzione più che nel sound avevano iniziato a prendere una terza via rispetto al classico swing o all’infuocato e rivoluzionario be bop – ma con il disco in questione prende fattezze ben definite, nella forma e nella sostanza, quasi si può dire che venga codificato.
Non è un caso che scorrendo i nomi dei musicisti che hanno affiancato Davis nella registrazione di "Birth of the cool" (avvenuta in tre diverse sessioni tra il gennaio del 1949 e il marzo del 1950, con strumentisti che non sempre sono gli stessi) si trovano alcuni fra quelli che negli anni successivi saranno i maggiori interpreti del genere: Gerry Mulligan , John Lewis (leader di quello che sarà il Modern Jazz Quartet) e Lee Konitz su tutti.

Ma quali sono le peculiarità di questo disco e, per estensione, di tutto il cool jazz? Per farla breve, si ha quasi un rovesciamento degli assiomi del be bop.
Ovvero: predilezione per gruppi allargati, non i soliti quartetti o quintetti (in particolare con uso massiccio di fiati caduti in disuso negli anni ’40, come trombone, corno francese e tuba), anche se non è corretto definire tali formazioni – in particolare quella del disco in esame – alla stregua delle grandi orchestre tipiche del periodo swing, in quanto si differenziano da esse sia per un numero più limitato degli strumenti, sia per un uso diverso degli stessi, che nel nostro caso tendono a ruotare negli assolo e ad intervenire più raramente in modo massiccio in contemporanea, quasi si sia voluto cercare un comodo compromesso tra le big band e i combo; una cura particolare per gli arrangiamenti (nel disco de quo c’è lo zampino del direttore d’orchestra Gil Evans, che più avanti avrà modo di collaborare in più di un occasione con Davis, ma anche degli stessi Mulligan e Lewis, partecipi, oltre che come musicisti, anche in qualità di arrangiatori ed autori); massima linearità del tempo, con ritmiche quasi sussurrate; scarsa libertà nell’improvvisazione, gli assolo, così come gli arrangiamenti, infatti, sono quasi completamente scritti e studiati a tavolino; infine, assenza di vibrato e dinamiche misurate ed equilibrate che insieme con la linearità del tempo di cui sopra hanno come effetto il tipico sound morbido ed ovattato, rilassato, cool per l’appunto.

La tracklist del disco contiene dei veri e propri classici del genere, alcuni dei quali scritti da Davis ("Deception", "Budo", composta qualche tempo prima con Bud Powell e "Boplicity", firmata con lo pseudonimo di Cleo Henry, in realtà il nome della madre di Miles), Mulligan ("Jeru", "Venus De Milo", "Rocker") e Lewis ("Rouge"), ma anche "Move" di Denzil Best, la splendida "Israel" scritta e arrangiata da Johnny Carisi, "Moon Dreams" di McGregor e Mercer e "Godchild" di George Wallington.

Trova spazio anche un brano vocale, "Darn That Dream", con la partecipazione del cantante Kenny Hagood (non certo un interprete memorabile), forse l’episodio più debole del disco, valorizzato unicamente dall’assolo di Davis, di ottima fattura.
A prescindere dalle varie vicissitudini del lavoro, come detto registrato e pubblicato in tempi diversi, arrivando ad una versione definitiva solo nel 1957, "Birth of the cool", è un’opera monolitica, impressionante per il messaggio innovativo di cui si fa portatrice da un lato ma anche per la sua coerenza formale e per l’elevatissima qualità (sostanziale) delle incisioni dall’altro, insomma, uno di quei dischi che, indipendentemente dall’amore che si può nutrire nei confronti del cool, come attitudine musicale, non può mancare nella discografia di ogni amante – mi verrebbe da dire della musica, ma mi trattengo – del jazz.

Recensione tratta da www.ondarock.it


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musica
17 gennaio 2009
Miles Davis: Bitches Brew



Miles Davis: Bitches Brew
Recensione di: puntiniCAZpuntini , (Friday, February 11, 2005)

Praticamente succede che nell'estate del 1969 Mr.Miglia si scassa la uallara delle solite cose.

Gli viene la fissa dell'Hi-Tech, della droga eccitante, e delle nuove promesse. Così, manda a rottamare i contrabbassi ed i piani con la coda. Continua sì a prendere oppio a più non posso, però ora non è più motivo di sballo per lui, ma l'unico modo per lenire le botte tremende che si tirava a mescalina, acido e lisergico e tonnellate & tonnellate di cocaina. Solo che con le vecchie glorie non poteva fare quello che voleva, così si circonda di giovani alle prime armi. Un'allegra balletta di stronzoni tipo Dave Holland, Herbie Hancock, Keith Jarret, Chick Corea, Jack De Johnette, Airto Moreira e tanti altri come Joe Zawinul e compagnia... insomma, tutti salutisti. Ma soprattutto, tutta gente che poi non è andata avanti, no.
Non è che poteva andare da un pianista di mezza età e dirgli "Tieni, mangiati un acido e suona questo Fender Rhodes", quello lo fanculava in men che non si dica e poi andava in giro a dire che Miles era un birichino. Appunto per questo lui è andato da Keith Jarrett; c'ha detto di mangiarsi un acido ed ha avuto in risposta "ancora un altro? minchia vedo già in pixel, se ne mangio ancora piglio il volo... ah Miles!", poi gli ha detto di suonare un Fender Rhodes, e lui ha risposto "Minchia, non l'ho mai suonato, ok, facciamolo" perché nella sua testolina drogata pensava "mica son coglione che dico di no a Miles Davis, questo mi fa fare carriera". Infatti poi non ha fatto carriera, no (si, Jarret dice "Minchia!", lo so lo so, è un maleducato).

E così, from the point to white... aulì-aulè-tulilem-blem-blum, Mr.Miglia tira fuori Bitches Brew, e cambia radicalmente la storia del Jazz. Così, nulla di che... roba da tutti. Rivoluziona completamente il genere musicale più complesso in circolazione, (no, non sanguigna, quello è Cristiana F e lo zoo di Berlino, è un altra storia) così, dato che non aveva nulla da fare. Il jazz... che palle. Il jazz... roba per vecchi.

Il jazz... roba per pirlette salutiste. Il Jazz... roba per rilassati. Tutte abnormi cazzate dette da gente che non ha mai sentito il lato "free your mind and fly with drugs" di mister Miglia. Orde di giovani che seguono il mito dei "ribelli" e dei "giovani dannati", e pensano che Miles Davis, fosse un pantofolaio bacchettone.
Miles Davis era un pazzoide egocentrico genialmente sconvolto dalle intuizioni fulminanti che gli trapassavano le cervella con la stessa frequenza con cui un comune mortale rutta e/o puzzetta ed opzionalmente fa pupù. Ha capito prima di tutti che la tecnologia non era un nemico ma un alleato. Ha scoperto e lanciato gente che ora è nell'olimpo degli dei. Ha scoperto che si può trovare un tempo nel controtempo. Ma soprattutto, se uscivi con lui una sera, tornavi 5 giorni dopo a casa, ed appena entrato in salone passavi un paio d'ore a mettere a posto il mobilio, così, solo perchè sentivi il bisogno di avere un salotto ordinato.

Sinchè non avrete sentito bene per varie volte questo album, non capirete mai e poi mai cos'è il jazz moderno, e non sapete cosa vi perdete. State pur tranquilli che non è come vi aspettate, timidoni.


Tratto da: www.debaser.it

Il nome dell'autore della recensione (puntiniCAZpuntini);

Link alla recensione: www.debaser.it/recensionidb/ID_3695/Miles_Davis_Bitches_Brew.htm


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musica
17 gennaio 2009
John Coltrane: My Favorite Things
 

John Coltrane: My Favorite Things
Recensione di: renémartin , (Friday, July 07, 2006)

 Credo che la via maestra per amare - amare una persona o un genere musicale - sia averne il desiderio puro e disinteressato (sottolineo DISINTERESSATO). Dopodiché occorre un pizzico di intelligenza e di fortuna per trovare l'incontro "giusto".
Questa breve introduzione morale/filosofica per dire che ritengo questo album una maniera eccellente di accostarsi al jazz, se se ne ha davvero voglia. Vorrei così sopperire, suggerendo questo lavoro, a quel pizzico di intelligenza e fortuna...(perdonatemi le sbrodolate dettate da una passione indomabile)

John Coltrane è famoso anche tra i non-jazzofili. A ragione, dico io. Si tratta di un artista assolutamente eccezionale, dalla storia purtroppo non lunga (morì troppo giovane nel 1967, a soli 41 anni), che, dopo un lungo e rispettabilissimo "apprendistato" con artisti del calibro di Miles Davis e Thelonious Monk, trovò il suo percorso spirituale e musicale a partire dall'anno di grazia 1957, quando incise, in un fortunato mese di settembre, la sua prima opera matura "Blue Train" e partecipò - rendendola memorabile - alla registrazione dell'album "Sonny's Crib" dello sfortunato pianista Sonny Clark.
Gli aspetti tecnici li lascio ai sassofonisti, più indicati di me - chitarrista - a evidenziarli. Mi limito a dire che questo meraviglioso album segnò l'inizio della nuova vita del sax soprano nel jazz, dopo l'epoca di Sidney Bechet negli anni '30 e '40.

Il quartetto non è ancora quello "storico" degli anni sessanta, manca Jimmy Garrison al basso, che qui è suonato - con swing impeccabile, suono robusto e maestria ritmica e improvvisativa - da Steve Davis, che nonostante questa credenziale non conobbe una carriera adeguata. Il pianista è Mc Coy Tyner e alla batteria - colpo di cannone - il signor Elvin Jones. Amici, si tratta di maestri che hanno un tocco da brivido sui rispettivi strumenti, accompagnatori di volta in volta discreti o grintosi, e solisti emozionanti. Quei momenti fortunati che a volte capitano in sala di registrazione... grazie al cielo!

D'accordo, arrivo al succo e cercherò di limitare i superlativi.
Nel 1960 John Coltrane sceglie di registrare un disco di standard "rivisti" alla sua maniera, post-Giant Steps, e si sente su "But not for me" e "Summertime".
La rosa è di soli quattro brani, per circa quaranta minuti di durata. Due brani saranno eseguiti al sax tenore, gli altri due col soprano, un regalo di Miles Davis che folgorò John.
Apre le danze il pianoforte sospeso di Tyner: la title-track "My favorite things", quasi una filastrocca in 3/4 da film sdolcinato eppure opera di un grande duo di compositori, diventa un capolavoro di malinconia, ieratica e sognante. Poi entra il soprano, a sorpresa, ed è impossibile smettere. Tema, solo di piano da brivido, solo di sax e tema finale, mentre la batteria danzante di Elvin Jones tiene tutto con leggerezza mai uguale. Oltre tredici minuti, ma come può finire un brano simile? Eppure parte la seconda traccia, sempre al sax soprano: una ballad di Cole Porter "Everytime we say goodbye", dove il solo è quasi un semplice controcanto al tema esposto con emozionante delicatezza e intensità. Impossibile evitare la pelle d'oca, i ricordi di un incontro mancato per poco, il pensiero di una persona cara che ci manca...
Ma via, implacabile e a sorpresa John imbraccia il tenore e parte la terza traccia, "Summertime", una sfida, un brano quasi sacro affrontato con amore irriverente, l'unico brano "difficile" per il neofita, ma che incorniciato da tante emozioni può condurlo ad apprezzare anche il jazz più complesso - in apparenza - per armonie e strutture aperte e ardite. Su tempo non velocissimo, girano le sostituzioni armoniche di Coltrane, fino ad uno scambio su note basse piano/basso/batteria da urlo, alzate il volume e vi tremeranno i vetri come quando ascoltate "Master of Puppets" (non sto scherzando, ragazzi miei, ascoltare per credere...).
Poi, ormai alla fine - ma che fine? Non può finire... - l'ultimo brano, "But not for me", ancora Gershwin, ancora sostituzioni alla Coltrane. C'è ancora qualcosa da dire, sembrano cantare i quattro musicisti, c'è quella solitudine fruttuosa dell'ispirazione, c'è quell'amore che fa male ma dona gioia, c'è qualcuno che ci ascolterà e capirà, anche se non ora, anche se "non per me" che ne avrei bisogno ora...ma tant'è, suonano con tutta l'anima e si sente e si vede, quasi.

Ho finito... sto quasi piangendo, mi è costata fatica questa recensione, ma mi è servita, e spero soltanto che almeno uno dei lettori senta il desiderio di conoscere questo immenso lavoro artistico, compiuto e perfetto. Per me uno dei capolavori di Coltrane, del Jazz, e della musica di sempre.

Pace a tutti.

 

Tratto da: www.debaser.it

Il nome dell'autore della recensione (renémartin);

Link della recensione: www.debaser.it/recensionidb/ID_11180/John_Coltrane_My_Favorite_Things.htm

musica
14 gennaio 2009
Charles Mingus Presents Charles Mingus



Charles Mingus
Presents Charles Mingus
Candid Records
(1960 - distr. Egea)

Cambiano con Charles Mingus: Presents Charles Mingus i protagonisti, ma non l’inarrivabile qualità della musica, anche qui impregnata di pura poesia e bellezza; ma anche e soprattutto di rabbia e dolore.

Ne è protagonista un superbo quartetto, comprendente - oltre al già citato contrabbassista - Eric Dolphy al sax alto, Ted Curson alla tromba e Dannie Richomond alla batteria. Una formula ed una formazione pianoless, per realizzare (è il 20 ottobre sempre del ’60) uno dei dischi più sferzanti dell’intera discografia mingusiana.

A partire dall’irriverente declamazione contro il governatore razzista Fables: un incedere magmatico e di rabbiosa protesta che l’anno precedente la Columbia gli aveva negato di portare a termine, nella versione edulcorata di “Fables of Faubus”.

Rispetto all’originaria versione del ’59, si registrano qui altre sostanziali differenze sul piano formale e di pratica strumentale: l’ampliamento delle misure, che qui diventano 71 contro le originarie 69. Il tutto arricchito dal fraseggio pungente, quasi iconoclasta dei due fiati, chiamati a districarsi con più impegnative accelerazioni e decelerazioni del tactus.

Un disco esemplare, che racchiude altresì alcune dei principi formali cari a Mingus: tempi velocissimi; chorus estesi, strutture dalla durata indeterminata, improvvisazione collettiva; ed ancora impegno civile e politico; forza visionaria ed espressiva, per ritrarre un mondo psicologico sofferto e tormentato.

La tromba lacerata, nervosa di Ted Curson, dal fraseggio ardito e spericolato mette ancora in luce l’abilità tutta mingusiana di “risignificare” la propria testura musicale in funzione del peculiare fraseggio, del timbro, nonché della specifica personalità dei solisti.

In questo caso di un trombettista dinamicissimo, capace di condividere raddoppi di tempo e sferzanti deviazioni di tema, improntate alla più ampia libertà. Si staglia su tutto la celebre conversazione (“What Love”) dialogica tra il contrabbasso ed il clarinetto basso dell’angelico Dolphy, che da sola giustifica l’acquisto di questo sublime, imperdibile CD.

Recensione tratta da: All About Jazz Italia




SITO UFFICIALE DI CHARLES MINGUS


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musica
13 gennaio 2009
Recensione disco: "We Insist! Freedom Now Suite"



Max Roach
We Insist! Freedom Now Suite
Candid Records
(1960 - distr. Egea) 

We Insist! “Freedom Now Suite”: oltre che pietra miliare del jazz, questo disco è nei fatti il manifesto di quel jazz impegnato e di ricerca degli anni ‘60; ma anche strumento di protesta, rivendicazione dei diritti del “popolo afroamericano” .

Un’opera che trasfigura mirabilmente in arte un’istanza di libertà e giustizia; imperitura messaggera di un riscatto civile e sociale, che da sola spiega i motivi della subdola censura di cui fu vittima l’etichetta newyorkese, costretta rapidamente a chiudere i battenti.

Cinque sono i temi di questo capolavoro, inciso tra il 31 agosto ed il 6 settembre del 1960: visionario affresco, volto a dare voce alle minoranze afromericane in terra statunitense, dalle piantagioni di cotone ai ghetti metropolitani.

Diversi e tutti importanti sono le linee guida che lo caratterizzano sul piano artistico: i testi sferzanti, di icastica efficacia, ad opera di Oscar Brown Jr. La vocalità scabra, scura, drammatica, a tinte fosche di Abbey Lincoln, allora moglie di Roach; gli assoli lirici, laceranti di Booker Little, altro alfiere di punta della Candid.

E poi ci sono i magnifici temi dal tono epico, maestoso, magniloquente: “Drive Man”, canto di dolore di una schiava frustrata; “All Africa”, inno di riscossa rivolto a tutti figli della Madre Africa; “Tears for Johannesburg”, estatico tema di cinquanta misure in 5/4, esplorato in tutte le sue pieghe melodiche (il solismo di pura poesia alla tromba) e ritmiche (il drumming frammentato di Roach).

Il tutto sostenuto da un incalzante tappeto sonoro, per esprimere le grida di dolore e di disperazione delle minoranze di tutto il mondo. Un andamento chiaroscurale dal periodare intenso e nervoso, in cui c’è anche spazio per le sottigliezze armoniche del già citato sfortunato, sfolgorante trombettista. “Last but not least”: i camei del genio, dell’impareggiabile Coleman Hawkins, pronto a confrontarsi -dopo il bebop- con il nuovo jazz di protesta degli anni ’60.

Tratto da: All About Jazz Italia


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spettacoli
11 gennaio 2009
Alcune foto dal concerto di ieri sera

Teramo - Sala polifunzionale della provincia - ore 21 - Gianluca Caporale Quintet e Fabrizio Bosso special guest

Presentazione nuovo album "Un lungo viaggio"

Gianluca Caporale
Un Lungo Viaggio



1. Blues Fast
2. In the spirit
3. Have you meet Miss Jones
4. Un lungo viaggio
5. Onde sonore
6. Soul Eyes
7. Mr. Harlem
8. Via da Firenze
9. The night has a thousand eyes


Gianluca Caporale - sassofoni
Fabrizio Bosso - tromba
Massimo Morganti - trombone
Claudio Filippini - pianoforte
Gabriele Pesaresi - contrabbasso
Roberto Desiderio - batteria

Ecco di seguito le foto che ho scattato ieri sera:












Alcuni Link:

Gianluca Caporale su myspace

recensione su jazzitalia "Un lungo viaggio"

Sito ufficiale del trombettista torinese Fabrizio Bosso.

cinema
28 settembre 2007
La mia recensione del film "Il coraggioso" o "The brave"

 Praticamente il film è ambientato ai giorni nostri in una piccola e poverissima comunità di indiani che abitano dentro delle roulotte smesse e trasandate e dove sono costretti a prendere l'acqua nelle torbide acque del fiume vicino al villaggio nel bel mezzo del deserto.
Johnny Depp in questo film è regista e attore. Nei panni di attore è un giovane indiano con precedenti penali che vive in una roulotte con sua moglie e i suoi 2 bambini.
Un giorno decide di andare in città per trovare lavoro e si affida ad una specie di setta sadica capeggiata dall'attore Marlon Brando (nel film su una sedia a rotelle). Marlon Brando decide di portare l'indiano con lui nello scantinato di un vecchio palazzo dove c'è una sedia e vari aggeggi per torturare e uccidere le persone.
Allora Marlon promette all'indiano la bellezza di 50.000 dollari se sarebbe stato tanto "coraggioso" da farsi torturare e infine uccidere, soldi che sarebbero poi andati alla sua famiglia per darle il modo di costruirsi un futuro migliore.
L'indiano accetta tutto all'insaputa della moglie e di tutti intascando all'inizio 1/3 della somma che gli era stata promessa.
Solo verso la fine del film confida tutto al prete del villaggio chiedendogli di assicurarsi che la sua famiglia avrebbe intascato i soldi dopo la sua morte (o suicidio). Il prete rimane sbigottito e allibito esortandolo a non farlo, ma non fu così. L'indiano l'indomani la confessione si reca solo nella cittadina col tram, scende e si avvia verso la morte; apre la porta dell'edificio, sale le scale, entra in una stanza, una porta si chiude dietro di sè.

note: il film è stato girato nel 1997, colonne sonore originali di Iggy Pop
      durata: 120 minuti
      genere: drammatico


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Visualizzazione ingrandita della mappa --------------------------------- Il jazz è molto più di una semplice forma musicale....il jazz è arte, cultura, conoscenza (me stesso) ----------- Miles Davis was the "Picasso of Jazz," reinventing himself and his sound endlessly in his musical quest. He was an artist that defied (and despised) categorization, yet he was the forerunner and innovator of many distinct and important musical movements. ----------- Il pugilato è come il jazz: più è buono e meno la gente l'apprezza. ~ George Foreman ----------- l'arte è espressione di sè. Se stai esprimendo la personalità di qualcun altro non è arte. Bennie Wallace ----------- L'improvvisazione è l'abilità di parlare a se stessi Cecil Taylor ----------- Il jazz è quel genere musicale che può assorbire un sacco di cose ed essere ancora jazz. Sonny Rollins ----------- AFORISMI DI MILES DAVIS: Prima lascia che io lo suoni, poi più tardi te lo spiegherò. La musica è diventata densa. Mi danno dei pezzi pieni d'accordi e io non li so suonare. Nel jazz sta prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi, e una rinnovata enfasi delle varizioni melodiche e armoniche. La musica e la vita sono solo questioni di stile. Non temere gli errori. Non ce ne sono. Non suonare quello che c'è. Suona quello che non c'è. È stato sempre un mio dono quello di saper ascoltare la musica. Non so da dove viene. C'è e non mi faccio domande. Perché suonare tutte queste note quando possiamo suonare solo le migliori? Un mito è un vecchio col bastone che viene ricordato per quello che faceva una volta. Io lo sto ancora facendo. Non esistono note sbagliate. ----------- Cos'è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai. Louis Armstrong ----------- In genere, il jazz è sempre stato simile al tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia. Duke Ellington ----------- Il jazz non è morto, ha solo un odore un po' curioso. Frank Zappa ----------- La musica è la tua propria esperienza,i tuoi pensieri,la tua saggezza. Se non la vivi, non verrà MAI fuori dal tuo strumento Charlie Parker ----------- Il Jazz è l'unica musica in cui la stessa nota può essere suonata in ogni serata, ma sempre in modo diverso. Ornette Coleman ----------- Credo che la cosa più importante per un musicista sia quella di trasmettere a chi lo ascolta un'immagine di tutte le cose meravigliose che sente e avverte nell'universo. Questo è ciò che la musica significa per me, semplicemente una possibilità, tra le molte altre, di dire che viviamo in un mondo immenso e meraviglioso, un mondo che ci è stato donato John Coltrane ----------- Devi amare per poter suonare. Louis Amstrong ----------- Suona , suona sempre anche senza strumento. Lee Koniz ----------- Un giovane sassofonista si lamentava con me del fatto che ascoltare Coleman Hawkins lo innervosiva. Gli ho risposto: "Coleman Hawkins deve renderti nervoso! Hawkins ha innervosito tutti i sassofonisti degli ultimi quarant'anni!". Cannonball Adderley ----------- "Il sassofono non è solo qualcosa in cui soffiare; esso è qualcosa con cui cantare" Paul Brodie ----------- Mi voltai e c'era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l'aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell'aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e drogato Miles Davis ----------- La musica lava via la polvere della vita quotidiana Art Blakey ----------- Il jazz è conosciuto in tutto il mondo come una forma d'arte musicale americana e così è. Niente America, niente jazz. Ho visto persone cercare di collegarlo ad altri paesi, per esempio all'Africa, ma non ha niente a che fare con l'Africa. Art Blakey ----------- Ci ho messo tutta la vita ad imparare cosa non si deve suonare. dizzy Gillespie ----------- Il blues non serve a far stare meglio te,serve a far star peggio ki ti ascolta!!! Gengive sanguinanti Murphy- Simpson - Lisa sogna il Blues ----------- se gradite uno strumento che canta,suonate il sassofono.relativamente è come la voce umana. Stan Getz ----------- "Come nuovo, uno dei migliori fegati contemporanei. A bagno nel Dewar (una marca di whisky) e scoppia di salute". paul desmond il giorno in cui gli diagnosticarono un tumore al polmone ----------- "e in culo anche il jazz" Novecento A. Baricco ----------- "io non sono quello che faccio, faccio quello che sono". Miles Davis ----------- "la vita senza la musica sarebbe un errore, ma anche la musica senza la vita sarebbe un errore!" Wayne Shorter ----------- L'unica rabbia che posso provare è verso di me, quando non riesco a suonare quello che voglio (J. Coltrane) ----------- 'Play it in the key of your soul' "Suonala nella chiave della tua Anima" Charles Mingus ----------- "Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un'espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C'è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra" John Coltrane -----------

 Questo blog è contro la blacklist
ed eventuali commenti anonimi
(o non anonimi) che conterranno
turpiloqui e bestemmie verranno
(forse) cancellati.


Questo blog lo dedico alla memoria
di Fausto Papetti, scomparso nel 1999
nella quasi indifferenza. Eppure è stato
e rimarrà sempre il più grande
sassofonista che abbiamo avuto in Italia
e che pochi hanno saputo apprezzare,
specialmente le nuove generazioni.










 



 


























 

 

 

 



 


 

 

 

 

 




























 



























 

 






































IL CANNOCCHIALE